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Continuo a non capire - qualunquismo spicciolo a fine giornata - se c'è anche della retorica, è sinceramente non voluta

Perché, fin quando la globalizzazione si traduce nel pagare pochi euro pezzi di abbigliamento scopiazzati dai marchi che creano i trend, oppure spendere meno al supermercato, o rifugiarsi nel rassicurante standard del primo McDonald's o Starbucks che si incontrano all'estero, tutto passa inosservato, oppure, meglio ancora, conviene. Ed è bello, ché fa avvertire il mondo come più vicino, simile ed occidentale dovunque ci si trovi.


E perché invece, quando si tratta di comprendere cause ed effetti sulla lunga distanza di questi fenomeni; se qualcuno pone il dubbio sulle ragioni dell'abbattimento dei costi delle merci a discapito della qualità; o soprattutto, quando c'è da chiedersi dove si fermeranno le rivolte partite lo scorso inverno dal Nordafrica e come riusciranno a cambiare gli assi mondiali, in questo delicatissimo intrico di economie e politiche globali. Perché, insomma, quando si sposta la prospettiva dall'immediatezza della facciata patinata alla miseria complicata del dietro le quinte, tutto quel che si ottiene è un commento cinico su questi morti di fame che -nel caso specifico- se ne devono tornare a casa loro, e d'improvviso è tutto un'omertosa autarchia, e tutto sommato stavolta c'ha ragione Calderoli.

Solo un promemoria ai cittadini della parte d'Italia in cui non sono nata, ma in cui vivo e che amo profondamente: 15 anni fa la lotta non era -ancora, o solo- contro i negri, ma il nucleo di propaganda xenofoba della Lega si dirigeva contro i meridionali terroni. Poi ci sono stati i Serbi, gli Albanesi, i Rumeni.
Ma all'origine del tutto, alle fondamenta dell'idea che oggi, applicata analogicamente, non sembra tanto sbagliata, i negri che dovevano tornarsene a casa loro, eravate voi.
Pensateci, al prossimo cedimento alla tentazione razzista che vi passa per la testa.

Pubblicato il 12/4/2011 alle 21.20 nella rubrica Res Publica e dintorni.

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