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Dell'ovvio e dei massimi sistemi

Una nazione di qualunquisti, molti ignoranti e quasi tutti approssimativi, vecchi tromboni inamovibili dal piccolo trono su cui sono assisi da un numero di mandati da sussurrare con lo stesso pudore -che in realtà è impudenza- dell'età di una donna riservata, coi cervelli scarsamente formati e le passioni impigrite da una cultura popolare diffusa a macchia di leopardo e comunque di bassissima lega.

E' il racconto -polemico, riduttivo, sprezzante delle eccezioni?- della generazione che comanda oggi l'Italia.
Quelli che ci hanno educato, corretto, che oggi ci dicono cosa fare e come farlo, inevitabilmente ci impongono un modello comportamentale, sociale ed individuale, che ha guidato anche loro, come fosse ineluttabile, fino ad oggi.

Da qualche lustro, però, la solfa parrebbe cambiata. I quarantenni, e ancor più i trentenni di oggi, sono iperspecializzati, preparati alla competizione, consci che nulla è dovuto.

Moltissimi di loro hanno anche voglia di fare le cose per bene. Sono precisi, diligenti, capaci, e avrebbero tutti i numeri per assurgere al comando. E invece.
I vecchi tromboni di cui sopra, oltre ad ostinarsi a vivere un mondo e un modo che non esistono più, pretendono di imporre i loro parametri, sociali, lavorativi, educativi, anche alla generazione che è schiacciata tra loro e i giovanissimi, ancor più formati, ancor più agguerriti già dai nastri di partenza.

Non sarebbe più utile, produttivo, auspicabile, opportuno lasciare che le generazioni che conoscono e comprendono il mondo di oggi iniziassero a guidarlo, considerando valori, dinamiche e idee degli anni Duemila in una prospettiva costruttiva, anziché dovere tutti noi assecondare modelli e mentalità cristallizzate nell'Italia di cinquanta anni fa?

Pubblicato il 30/5/2012 alle 16.21 nella rubrica Res Publica e dintorni.

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