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Sono tutti tristi

Siamo in pieno tunnel. Buio tutto intorno e un bagliore intermittente e sfocato laggiù in fondo.
La cosiddetta crisi finanziaria che nessuno capisce ha travolto tutto come una slavina, restituendo una consapevolezza forzosa e intontita di quel che sembrava esserci e non c'è più, svuotando di senso l'ottimismo, portando via con sé la sensazione di stabilità e quindi i legami, l'investire sul poi, l'idea stessa di futuro.
Stiamo accovacciati su noi stessi sperando che la tempesta passi e smetta di travolgerci, lamentando il presente e deprimendo ogni slancio, tenendo stretto quel che rimane di un'opulenza materiale che è impossibile non associare a quella che era indifferenza, e nel falso ricordo collettivo sembra fosse spensieratezza e benessere.
Si stava meglio, certo; ma nello sfrenato edonismo del momento si badava comunque solo appena al presente, poco al futuro. 

E tuttavia, nel vuoto cosmico delle emozioni al botox di questi anni duemila, c'era spazio per credere in qualcosa di saldo, volendo.

Oggi sono tutti tristi, giocatori arresi dopo il primo, o secondo, o terzo round, ascoltatori distratti di messaggi d'allarme posticci che ancora spostano l'attenzione dal reale e che sembrano scorrere via dopo la sigla del tg ma di fatto solcano l'umore e le speranze, fiaccano il progresso, annientano le idee.
Siamo tutti spenti.

Nella banalità puerile della mia positività congenita, io provo a pensare che le eccezioni ci siano, e costituiscano la forza di tutti.
Penso che vedere il margine di manovra segni l'inizio delle operazioni di rinascita.
Non riesco a non essere fiduciosa in un tempo prossimo più colorato, meno omologato, in cui le scosse di assestamento dopo il terremoto di questi anni siano alle spalle, e di questi tempi tremendi, grigi e pieni di ombre, si superino le scorie e resti l'eredità di una necessaria accortezza nel gestirsi e l'ebrezza delle infinite possibilità che abbiamo intorno.

Pubblicato il 22/10/2013 alle 23.45 nella rubrica Res Publica e dintorni.

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